In quel momento ho capito che bisogna distinguere tra un sogno e una vocazione.1
Così dice Patti Smith di sé, riferendosi alla pittura.
Incastro perfetto quando sogno e vocazione coincidono. Dico io, riferendomi a lei.

La sacerdotessa del rock e della parola torna nel 2025 con Bread of Angels (Il pane degli angeli2). Un memoriale di una vita spesa a esplorare e comporre, tra tour, registrazioni, poesie, affetti e giorni trascorsi a letto per malattie del corpo e dell’animo, sollevata a turno dai discorsi sulla genesi del punk di Joey Ramone o dalla gentilezza di un Michael Stipe capace di comprendere la più profonda sofferenza.
Inizialmente voleva essere un libro da regalare a un’amica. Ma quando ho scoperto che già lo aveva me lo sono gelosamente tenuto.
Attraverso l’incontro col signor rospo in infanzia – trasformatosi forse in principe con Bob Dylan (il quale non sarebbe lieto di tale immagine) – fino al pugno in faccia sferrato da Sid Vicious al fratello Todd, Patti ripercorre tappe fondamentali della sua esistenza.
Nel racconto della genesi dei suoi album si legge la dedizione di una figura affascinata tanto dal potere della musica quanto dalle parole e dal loro impatto. Attraverso l’amore, la profondità religiosa, la sorellanza e l’impegno sociale, si manifesta l’anima di una donna dedita all’arte, alla ricerca spirituale e personale, inevitabilmente testimone di tempi in mutamento. L’ebbrezza di un’eroina febbricitante che mescola visceralità e purezza, ingredienti essenziali per l’impasto di un alimento celestiale.

Cos’è il pane degli angeli?
Ve lo lascio scoprire tra le sue pagine. Patti lo spiega con una grazia e un’onestà che non sfiorano mai la banalità. Proprio a questo abbiamo fatto l’abitudine danzando a piedi nudi3 sui suoi immensi testi. Come questo a seguire.
Gli ho infilato la mano nel cranio, oh che amore cerebrale abbiamo avuto
Ma ora basta, basta, dalla mente devo passare al campo
(vai Rimbaud vai Rimbaud vai Rimbaud)
E vai Johnny, vai, balla il watusi
Sì, balla il watusi, balla il watusi
Serpenti bianchi e rifulgenti a spire spiegate roteano e s'attorcigliano
Le nostre vite sono ora legate, cadremo, sì, da intrecciati
I tuoi nervi, la tua criniera da nero cavallo lucente
E le mie dita per aria tutte aggrovigliate
Lo sentivo, erano i capelli che mi passavano tra le dita
(lo sento lo sento lo sento lo sento)
I capelli erano come fili che mi attraversavano il corpo
Io... è così che io
È così che io
Sono morta4
- Orig.: «I understood in that moment that one must discern between a dream and a calling»; da Smith, P., Bread of Angels, New York: Random House, 2025. ↩︎
- Traduzione italiana di Tiziana Lo Porto, Milano: Bompiani, 2025. ↩︎
- Piccolo riferimento al brano “Dancing Barefoot” (Wave, 1979). ↩︎
- Mia traduzione di parte del testo di “Land: Horses / Land of a Thousand Dances / La Mer(de)“ (Horses, 1975): «I put my hand inside his cranium, Oh, we had such a Brainiac-amour / But no more, no more, I gotta move from my mind to the area / (go Rimbaud, go Rimbaud) / And go, Johnny go and do the Watusi / Yeah, do the Watusi, do the Watusi / Shined open coiled snakes white and shiny twirling and encircling / Our lives are now entwined, we will fall Yes, we’re together twining / Your nerves, your mane of the black shining horse / And my fingers all entwined through the air / I could feel it, it was the hair going through my fingers / (I feel it, I feel it, I feel it, I feel it) / The hairs were like wires going through my body / (I feel it, I feel it, I feel it, I feel it) / I, I, that’s how I / That’s how I, / I died». ↩︎
